Comitato territoriale Arcigay delle Provincie di Vercelli e Biella

Articoli con tag ‘Gertrude Stein’

Segnalazione: Gertrude Stein – “Autobiografia di tutti”

Segnaliamo la ristampa della classica traduzione di Fernanda Pivano dell’ opera di Gertrude Stein

“Autobiografia di tutti”,

pp. 350, € 22,00;
Edizioni Nottetempo, marzo 2017.

A 100 anni dalla nascita di Fernanda Pivano, ripubblichiamo la sua magistrale traduzione di “Autobiografia di tutti” di Gertrude Stein, uscita nel 1976 per La Tartaruga e ormai introvabile, insieme a due testi della stessa Pivano, che ne testimoniano le controverse vicende editoriali in Italia, e a una prefazione di Laura Lepetit. Scritto a 63 anni nel 1937, dopo il successo dell’Autobiografia di Alice B. Toklas, questo libro racconta un’epoca irripetibile all’incrocio tra due mondi: l’Europa delle avanguardie moderniste, patria d’adozione in cui l’autrice visse la maggior parte della sua vita, e gli Stati Uniti in cui era nata, con il loro immaginario smisurato e il loro lascito di sogni frantumati. Una smagliante intelligenza si combina a un’ironia spavalda e, soprattutto, a una lingua irriverente, in cui racconto, discorso mentale e flusso del parlato scorrono a un ritmo inarrestabile. Oltre a un’impressionante galleria di celebrità (Hammett, Chaplin, Picasso, Dalí, Eleonore Roosevelt, Sherwood Anderson), sono la vivacità e l’anarchica ricchezza della vita – incontri, idee, luoghi, viaggi, cani – ad animare queste pagine mobili come uno stormo in volo: con le parole della Pivano, Gertrude Stein “ama l’eterno presente della vita come ama l’eterno presente della narrazione”.

“Si vive su questa terra e non si può andar via e pure c’è uno spazio dove sono le stelle che è illimitato e questa contraddizione è in ogni uomo e in ogni donna e così nulla mai si sistema.”
Gertrude Stein

“Questa grande ribelle, questa anarchica programmatica, è una delle figure più coerenti della storia letteraria di tutti i tempi.”
Fernanda Pivano

http://www.criticaletteraria.org/2017/04/dentro-lapparente-facilita.html

http://www.iltascabile.com/recensioni/autobiografia-di-tutti-gertrude-stein/

Carl Van Vechten, Portrait of Gertrude Stein, 1934

Gertrude Stein (1874-1946), nata negli Stati Uniti da una famiglia tedesca di origine ebraica, dal 1903 visse in Francia, dove fu tra i piú influenti protagonisti del Modernismo. Scrittrice prolifica, poetessa, collezionista d’arte, la sua casa parigina fu un crocevia delle intelligenze piú vivaci di quegli anni, da Picasso a Matisse, da Fitzgerald a Hemingway. Tra le sue opere, ricordiamo Tre esistenze (1909), C’era una volta gli americani (1925), Autobiografia di Alice B. Toklas (1933), Storia geohttps://queerographies.com/2017/04/10/autobiografia-di-tutti/grafica dell’America (1936).

http://www.edizioninottetempo.it/it/prodotto/autobiografia-di-tutti

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Segnalazione: Djuna Barnes – “Fumo”

5681957a9a717667b03a5c055a42dfeb_w_h_mw650_mhSegnaliamo la raccolta dei primi racconti di Djuna Barnes,

“Fumo”,

pp. 221, € 12,00;
Adelphi Editore, 1994.

Come Atena dalla testa di Zeus, Djuna Barnes nacque alla narrazione perfettamente armata di concettosità, eleganza e insolenza. E a tale sua prima apparizione assistiamo in questi quattordici racconti, scritti fra il 1914 e il 1916 e pubblicati in svariati giornali e riviste. In quel periodo la Barnes era una giovane giornalista di New York che scriveva di cronaca brillante, teatro, attualità, ma soprattutto si aggirava nelle periferie della metropoli, nelle sale da ballo, nelle birrerie, nonché nelle palestre e nei mattatoi, con un fiuto impeccabile nello scovare tane sinistre ed eccentriche. È questa l’esperienza da cui nascono i racconti di Fumo, con la loro incantevole mescolanza di brutti facts of life e arditezze metafisiche. I personaggi, che potremmo immaginare tutti fotografati dalla Arbus, parlano già per aforismi, metafore, taglienti verità apocalittiche, al pari di quelli ormai celebri che incontreremo più tardi nella Foresta della notte – ma qui il timbro è più arioso e giocoso, come in altrettante tetre pochades.

djuna-barnes Djuna Barnes (Cornwall-on-Hudson 1892 – New York 1982).
Studia arte a New York ed esordisce giovanissima come giornalista. La sua prima opera, The book of repulsive women (1915), raccoglie otto ”ritmi” e cinque disegni; si tratta per lo più di caustiche filastrocche sull’umanità degradata del Greenwich Village. Suoi racconti di grande incisività e brevi drammi cominciano ad apparire su numerose riviste d’avanguardia, spesso firmati con lo pseudonimo di Lydia Steptoe; ne è una piccola ma significativa scelta il volume A book (1923), ampliato sotto il titolo di A night among the horses (1929), rivisto e riproposto ancora come Spillway (1962; trad. it. La passione, 1979). Una nuova raccolta, Smoke and other early stories, sarà pubblicata postuma (1982).
All’inizio degli anni Venti è a Parigi, dove diventa una delle più singolari protagoniste del movimento modernista promosso dagli espatriati inglesi e americani (E. Pound, J. Joyce, G. Stein, F. M. Ford, ecc.). Il suo primo romanzo, Ryder (1928 ), la storia di una famiglia americana, è in realtà una sferzante satira della mascolinità, condotta secondo i modi del romanzo settecentesco e con straordinario funambolismo linguistico. Nell’opera semiseria Ladies almanack (edito a Parigi nel 1928 e a New York solo nel 1972) si prende invece gioco di un gruppo di colte sostenitrici del culto di Lesbo, assidue frequentatrici di un famoso salotto parigino dell’epoca. Nella Parigi degli espatriati è ambientato il romanzo Nightwood (1936), il suo capolavoro: la storia di Robin, una bella schizofrenica, oggetto di desiderio di uomini e donne, che si sottrae a tutti conducendo una vita separata, notturna, da sonnambula. Temi complessi, esoterici e conturbanti sono espressi in un linguaggio lirico di grande sapienza, il cui ritmo porta alla massima intensità la materia. Ritiratasi a New York, dopo un lungo silenzio B. ritorna alle stampe con The Antiphon (1958), un dramma greco-elisabettiano in versi, un esempio estremo di teatro alienante per le difficoltà del linguaggio e le implicazioni della trama. Negli ultimi anni si è dedicata quasi esclusivamente alla poesia, preparando per le stampe solo un esile volume pubblicato dopo la sua morte, Creatures in an alphabet (1982): un bestiario illustrato che, apparentemente rivolto ai bambini, nasconde invece la quintessenza della sua arte dotta e misterica.
Altre opere: Selected works, 1962, 1980; Interviews, a cura di A. Barry, 1985.

http://www.treccani.it/enciclopedia/djuna-barnes_(Enciclopedia-Italiana)/

Segnalazione: Djuna Barnes – “La passione”

bb610b9fcba75da0ae14b6c82a2ede8a_w190_h_mw_mhSegnaliamo la raccolta di racconti di Djuna Barnes,

“La passione”,

pp. 122, € 12,00;
Adelphi Editore, 1980.

In questi nove racconti, densi come altrettanti romanzi, Djuna Barnes ha racchiuso la sua arte esigente e solitaria. Bastano poche righe, qui, per sentirsi calamitati in un mondo dove lo stile sembra capace di offrirci una «seconda vista»: davanti a noi si dispiega la sontuosa e sordida superficie delle cose – ma dietro di essa riconosciamo, nitido, un gioco convulso di correnti sottomarine, quelle che danno a ogni attimo il suo pathos e il suo timbro. Col suo amico James Joyce la Barnes condivideva il precetto secondo cui «uno scrittore non dovrebbe occuparsi dello straordinario, se ne occupa già il giornalista». Perciò, se viste da un occhio estraneo, queste storie presentano ben poco di appariscente: una madre in visita dalla figlia, che non vede da anni; un povero sarto armeno a New York, irretito e umiliato da una giovane perfida; la morte di un proprietario terriero; i dialoghi di un’aristocratica vicina alla decrepitezza. Ma chi mette piede in questi racconti non riuscirà più a ritirarlo: tali sono le tensioni, queste sì «straordinarie» ed estreme, che subito lo catturano. Le emozioni e le immagini si rispondono secondo una loro occulta matematica, nel bric-à-brac dell’apparenza guizzano massime elisabettiane. Nulla viene spiegato, ma tutto traspare – almeno nei rari gesti delle passioni, queste «spezie che spargiamo sull’orrore del tutto». Una teologia oscura e crudele presiede a ciascuna di queste scene. L’enorme dissipazione della vita, il suo incedere devastante e superbo battono nel polso di questa prosa. Le brevi pagine della Passione confermano ciò che T.S. Eliot, Malcolm Lowry, Dylan Thomas – tra gli altri – hanno sussurrato da qualche decennio: che Djuna Barnes sia una delle più grandi scrittrici del nostro tempo.
I racconti qui tradotti furono pubblicati per la prima volta nel 1962 all’interno dei Selected Works, riprendendo, con molti cambiamenti, testi inclusi in A Book (1923) e in A Night among the Horses (1929).

djuna-barnesDjuna Barnes (Cornwall-on-Hudson 1892 – New York 1982).
Studia arte a New York ed esordisce giovanissima come giornalista. La sua prima opera, The book of repulsive women (1915), raccoglie otto ”ritmi” e cinque disegni; si tratta per lo più di caustiche filastrocche sull’umanità degradata del Greenwich Village. Suoi racconti di grande incisività e brevi drammi cominciano ad apparire su numerose riviste d’avanguardia, spesso firmati con lo pseudonimo di Lydia Steptoe; ne è una piccola ma significativa scelta il volume A book (1923), ampliato sotto il titolo di A night among the horses (1929), rivisto e riproposto ancora come Spillway (1962; trad. it. La passione, 1979). Una nuova raccolta, Smoke and other early stories, sarà pubblicata postuma (1982).
All’inizio degli anni Venti è a Parigi, dove diventa una delle più singolari protagoniste del movimento modernista promosso dagli espatriati inglesi e americani (E. Pound, J. Joyce, G. Stein, F. M. Ford, ecc.). Il suo primo romanzo, Ryder (1928 ), la storia di una famiglia americana, è in realtà una sferzante satira della mascolinità, condotta secondo i modi del romanzo settecentesco e con straordinario funambolismo linguistico. Nell’opera semiseria Ladies almanack (edito a Parigi nel 1928 e a New York solo nel 1972) si prende invece gioco di un gruppo di colte sostenitrici del culto di Lesbo, assidue frequentatrici di un famoso salotto parigino dell’epoca. Nella Parigi degli espatriati è ambientato il romanzo Nightwood (1936), il suo capolavoro: la storia di Robin, una bella schizofrenica, oggetto di desiderio di uomini e donne, che si sottrae a tutti conducendo una vita separata, notturna, da sonnambula. Temi complessi, esoterici e conturbanti sono espressi in un linguaggio lirico di grande sapienza, il cui ritmo porta alla massima intensità la materia. Ritiratasi a New York, dopo un lungo silenzio B. ritorna alle stampe con The Antiphon (1958), un dramma greco-elisabettiano in versi, un esempio estremo di teatro alienante per le difficoltà del linguaggio e le implicazioni della trama. Negli ultimi anni si è dedicata quasi esclusivamente alla poesia, preparando per le stampe solo un esile volume pubblicato dopo la sua morte, Creatures in an alphabet (1982): un bestiario illustrato che, apparentemente rivolto ai bambini, nasconde invece la quintessenza della sua arte dotta e misterica.
Altre opere: Selected works, 1962, 1980; Interviews, a cura di A. Barry, 1985.

http://www.treccani.it/enciclopedia/djuna-barnes_(Enciclopedia-Italiana)/

Segnalazione: Djuna Barnes – “La foresta della notte”

e775d60918e41c1ce29370e639927184_w_h_mw650_mhSegnaliamo il romanzo capolavoro di Djuna Barnes,

“La foresta della notte”,

pp. 176, € 11,00;
Adelphi Editore, 1994.

Questo romanzo, pubblicato nel 1936 con una presentazione di T.S. Eliot, ci appare oggi, fra i grandi libri del nostro secolo, come un essere solitario, esotico e fiero. Qui, sin dall’inizio, l’aria del tempo ci avvolge in una fosca cappa: siamo nella Parigi dissipata degli Anni Venti, che si abbandona alla «grande inquietudine detta divertimento», o ci aggiriamo per un’Europa che si offre come una polverosa, opulenta esposizione di bric-à-brac, in attesa dell’inventario. Ma presto avvertiamo che c’è anche una forte distanza dai tempi e dai luoghi: un vento metafisico turbina in queste pagine e solleva le immagini in mulinelli incessanti. La mescolanza intima fra crudezza e concettosità, che fu il prodigio degli Elisabettiani, risorge nella prosa della Barnes, dove le parole sembrano incurvarsi nelle spire di un puro delirio ornamentale, per trafiggere poi con sentenze mortali.
Al centro della Foresta della Notte dorme la Bella Schizofrenica, in un letto dell’Hôtel Récamier. È Robin: la sua carne ha una «grana arborea», il suo corpo esala il «profumo dei funghi», la sua epidermide è azzurrata, come da un fluido sottocutaneo. «Creatura selvaggia intrappolata in una pelle di donna», Robin porta ovunque la calamità e la fascinazione, procedendo con passo da sonnambula sempre più in là nella sua depravata innocenza. Intorno a lei vediamo disporsi, come in un quadrilatero di polene abbandonate, gli altri personaggi del romanzo: Nora, che cela nel suo cuore «il fossile di Robin», quasi una memoria ancestrale; la rapace Jenny; il falso Barone Volkbein, pateticamente devoto a una nobiltà fantomatica. Ma su tutti torreggia il dottor Matthew O’Connor, ciarlatano mistico, Guardiano della Notte, il cui sontuoso e corrusco blaterare si contrappone alle rare e monche parole di Robin. Il dottor O’Connor ci viene incontro come un cliente pittoresco del Café de la Mairie du VI° e sentiamo, per così dire, la sua voce echeggiare da tutti i bar perduti degli Anni Venti. Ma nella sua apparizione riconosciamo anche una voce perenne, penetrante, ossessiva, che continuerà a parlare «finché la furia della notte non avrà fatto marcire fino in fondo il proprio fuoco». È una figura indelebile, un dottore non della malattia, piuttosto del «male universale»: quel male che non guarisce, ma vuole disperatamente chiamarsi per nome – e quel nome è la letteratura.

djuna-barnesDjuna Barnes (Cornwall-on-Hudson 1892 – New York 1982).
Studia arte a New York ed esordisce giovanissima come giornalista. La sua prima opera, The book of repulsive women (1915), raccoglie otto ”ritmi” e cinque disegni; si tratta per lo più di caustiche filastrocche sull’umanità degradata del Greenwich Village. Suoi racconti di grande incisività e brevi drammi cominciano ad apparire su numerose riviste d’avanguardia, spesso firmati con lo pseudonimo di Lydia Steptoe; ne è una piccola ma significativa scelta il volume A book (1923), ampliato sotto il titolo di A night among the horses (1929), rivisto e riproposto ancora come Spillway (1962; trad. it. La passione, 1979). Una nuova raccolta, Smoke and other early stories, sarà pubblicata postuma (1982).
All’inizio degli anni Venti è a Parigi, dove diventa una delle più singolari protagoniste del movimento modernista promosso dagli espatriati inglesi e americani (E. Pound, J. Joyce, G. Stein, F. M. Ford, ecc.). Il suo primo romanzo, Ryder (1928 ), la storia di una famiglia americana, è in realtà una sferzante satira della mascolinità, condotta secondo i modi del romanzo settecentesco e con straordinario funambolismo linguistico. Nell’opera semiseria Ladies almanack (edito a Parigi nel 1928 e a New York solo nel 1972) si prende invece gioco di un gruppo di colte sostenitrici del culto di Lesbo, assidue frequentatrici di un famoso salotto parigino dell’epoca. Nella Parigi degli espatriati è ambientato il romanzo Nightwood (1936), il suo capolavoro: la storia di Robin, una bella schizofrenica, oggetto di desiderio di uomini e donne, che si sottrae a tutti conducendo una vita separata, notturna, da sonnambula. Temi complessi, esoterici e conturbanti sono espressi in un linguaggio lirico di grande sapienza, il cui ritmo porta alla massima intensità la materia. Ritiratasi a New York, dopo un lungo silenzio B. ritorna alle stampe con The Antiphon (1958), un dramma greco-elisabettiano in versi, un esempio estremo di teatro alienante per le difficoltà del linguaggio e le implicazioni della trama. Negli ultimi anni si è dedicata quasi esclusivamente alla poesia, preparando per le stampe solo un esile volume pubblicato dopo la sua morte, Creatures in an alphabet (1982): un bestiario illustrato che, apparentemente rivolto ai bambini, nasconde invece la quintessenza della sua arte dotta e misterica.
Altre opere: Selected works, 1962, 1980; Interviews, a cura di A. Barry, 1985.

http://www.treccani.it/enciclopedia/djuna-barnes_(Enciclopedia-Italiana)/

Segnalazione: Alice B. Toklas – I biscotti di Baudelaire.

9788833924243Segnaliamo il libro di ricette e ricordi di Alice B. Toklas (The Alice B. Toklas Cookbook, 1954)

I biscotti di Baudelaire

Bollati Boringhieri

Euro 16,50

Con il loro salotto artistico e letterario – che negli anni tra le due guerre era frequentato, tra gli altri, da Picasso, Picabia, Matisse, Braque, Hemingway, Fitzgerald, Sherwood Anderson – Alice B. Toklas e Gertrude Stein hanno fatto un pezzo di storia.
Ma quando, dopo la morte di Gertrude, un editore chiese ad Alice di scrivere le sue memorie, lei si schermì dicendo che al massimo sarebbe stata in grado di scrivere un libro di cucina.
L’editore promise di accontentarsi, ma Toklas fece molto di più. Uscito nel 1954 in America con il titolo The Alice B. Toklas Cook Book, I biscotti di Baudelaire è una ricchissima raccolta di ricette e di ricordi non solo culinari, di aneddoti divertenti, di convinte opinioni su questioni gastronomiche ma anche artistiche, di viaggi tra Francia e America, di pranzi e cene a casa di artisti bohémien ma anche di ricchi e famosi.

E così ecco i piatti, le idee, gli spunti di ricette che Alice condivideva con gli amici: il branzino di Picasso, per esempio, decorato con uova sode, tartufi ed erbe tritate («Quando lo servii Picasso diede in esclamazioni di meraviglia. Poi aggiunse: Non sarebbe stato meglio prepararlo in onore di Matisse?»), le uova alla Francis Picabia («il solo pittore da cui riuscii mai ad avere una ricetta»), le mele glassate di Cecil Beaton, la crema di Josephine Baker, la minestra di alloro di Dora Maar, il caffè di James Joyce e quegli incredibili biscotti di Baudelaire…
Un libro che si legge d’un fiato dalla prima all’ultima pagina, non solo per consultare le ricette e catturare i sapori amati da artisti e scrittori, ma soprattutto per rivivere l’atmosfera di un tempo e di un ambiente davvero speciali.

tokl1Alice Babette Toklas (San Francisco, 30 04 1877 – Parigi, 07 03 1967).

Nel ruolo di confidente, amante, cuoca, segretaria, musa, editrice critica e organizzatrice della Stein, Alice Toklas rimase una figura sullo sfondo fin quando Gertrude Stein pubblicò le sue memorie nel 1933, sotto il titolo di Autobiografia di Alice Toklas. Ironicamente, divenne il libro più venduto della Stein. Fino alla morte di quest’ultima, avvenuta nel 1946, le due donne vissero assieme.

http://it.wikipedia.org/wiki/Alice_Toklas

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